Fonte: Mireia Giné, “AI is increasing demand for managers — and changing their skill
sets”, IESE Insight Magazine #169 (2025)

IESE: una delle voci più autorevoli sul management globale
IESE Business School è una delle istituzioni accademiche più influenti al mondo nel campo della leadership e della strategia. Con campus internazionali e una produzione scientifica di riferimento, IESE Insight traduce la ricerca accademica in analisi accessibili per dirigenti, policy maker e innovatori. L’articolo di Mireia Giné si inserisce in questa tradizione: un lavoro che non si limita a osservare l’impatto dell’AI, ma lo interpreta attraverso dati, casi aziendali e implicazioni manageriali concrete.
L’AI non elimina i manager: li rende più necessari
L’articolo parte da un esempio che ha fatto il giro dei media: Klarna, la fintech svedese, ha ridotto milioni di euro in costi marketing grazie all’AI, aumentando al tempo stesso la produzione creativa. Un caso che potrebbe suggerire un futuro con meno manager. La ricerca di Giné dimostra invece il contrario. Analizzando 375 milioni di annunci di lavoro negli Stati Uniti, emerge che l’adozione dell’AI aumenta la domanda di ruoli manageriali tra il 2,5% e il 7,5%.
L’AI accelera i processi decisionali, ma non li sostituisce. Produce analisi, scenari e previsioni, ma non interpreta il contesto, non valuta implicazioni etiche, non gestisce stakeholder. Come scrive Giné, “AI-driven transformations intensify managerial demands”, perché la tecnologia amplifica la complessità del lavoro, non la riduce.
La nuova complessità del lavoro manageriale
L’AI introduce una sofisticazione che richiede supervisione continua. Non è una tecnologia “set and forget”: va monitorata, calibrata, contestualizzata. L’articolo cita il caso di Novartis, dove l’AI ha reso disponibili dati granulari a tutta l’azienda, dal CEO ai team commerciali in 50 paesi. Questo ha eliminato negoziazioni interne, accelerato il budgeting e reso più trasparente la pianificazione. Ma ha anche richiesto manager capaci di orchestrare processi più rapidi, più interconnessi e più esposti a rischi decisionali.
La tecnologia, inoltre, può amplificare errori. Giné racconta il caso di un algoritmo di selezione del personale che discriminava le candidate donne perché addestrato su dati storici distorti. L’AI non era “sbagliata”: era priva di supervisione competente. Come sottolinea l’articolo, la stessa AI può prendere decisioni pessime o eccellenti “at scale”, a seconda della qualità del management che la guida.
Il valore crescente delle competenze umane
L’adozione dell’AI non riduce il ruolo del manager: lo trasforma. Le competenze richieste diventano più sofisticate. Servono capacità di interpretazione dei dati, sensibilità etica, visione strategica, gestione di team ibridi uomomacchina. Le aziende che adottano l’AI tendono a offrire salari più alti ai manager, segno che il mercato riconosce il valore crescente della leadership in un contesto tecnologico avanzato.
L’AI accelera, ma è la competenza umana a dare direzione. In questo nuovo equilibrio, il manager non è un ruolo da ridurre: è un ruolo da reinventare. L’articolo di IESE Insight mostra che il futuro dell’AI non è un futuro senza manager, ma un futuro in cui i manager diventano ancora più centrali per trasformare la tecnologia in valore reale.
